Swami Satchidanandma (1914-2002) nacque nella regione di Tamil Nadu, nell’India meridionale, a Chettipalayam, da Sri Kalyanasundaram Gounder e Srimati Velammai, con il nome di Ramaswamy. La sua famiglia, di confessione Hindu, era benestante, il che gli permise di studiare agricoltura, elettronica e cinema, fino a diventare un manager della India’s National Electric Works. Lavorò, inoltre, come ingegnere nell’industria automobilistica, e per un breve periodo prestò servizio al tempio di Perur, dove si innamorò della figlia di uno degli amministratori, con cui si sposò ed ebbe due figli.
L’interesse per la spiritualità non fu immediato nella sua vita, tuttavia fin da giovane prese a cuore il problema dell’appartenenza castale, allora assolutamente dominante, denunciandone le ingiustizie e gli argomenti capziosi dei suoi sostenitori.

Dopo la morte della moglie, a pochi anni dalla nascita del secondogenito, affidò i figli ai suoi genitori, per intraprendere un cammino di ricerca spirituale, percorrendo tutta l’India, per meditare dinnanzi ai santuari sacri e per studiare gli insegnamenti dei maestri spirituali. Per anni incontrò saggi e insegnanti delle cose sacre, santi e guru, tra cui Sri Ramana Maharshi, Sri Aurobindo, Sri Ramakrishna, intraprendendo anche il difficoltoso pellegrinaggio al sacro monte Kailash, sull’Himalaya. Terminò il suo percorso quando incontrò, a Rishikesh, Sri Swami Sivananda, che lo introdusse nell’ordine di Sannyasa con il nome di Satchidananda.

Negli anni ’50 e parte degli anni ’60 fu a capo di Kandy Thapovanam, uno degli ashram di Swami Sivananda, nella zona collinosa dello Sri Lanka. Qui iniziò il suo insegnamento dello “yoga integrale”, promuovendo attività interreligiose e introducendo alcune innovazioni della vita moderna, quali guidare la macchina, utilizzare l’orologio, lasciarsi coinvolgere dalle domande dei visitatori. All’inizio queste attività, svolte per far conoscere maggiormente il mondo dello yoga, furono avvertite come dei cambiamenti negativi da alcuni esponenti dell’ortodossia, tuttavia, alla fine, furono accettate, aprendo la strada alla penetrazione in Occidente dello yoga integrale.

Ben presto il suo insegnamento, concentrato nel motto “la Verità è una, molti i percorsi”, iniziò ad espandersi e ad essere conosciuto anche negli Usa e in Europa, soprattutto grazie ai primi di numerosissimi testi che compose nella sua vita. Fu proprio grazie ad un suo discepolo americano, l’artista Peter Max, che giunse nel 1966 a New York; questo fu il primo di molti viaggi in America, terminati con la cittadinanza e la residenza.
Fu solo nel 1969 che si fece conoscere al grande pubblico, figurando tra gli ospiti nel discorso introduttivo al festival artistico e musicale di Woodstock. Da allora la sua influenza crebbe, riuscendo addirittura ad introdurre numerosi suoi allievi nel sacro ordine di Sannyasa. In questo periodo fondò anche l’Integral Yoga Institute, e nel 1986 inaugurò il LOTUS (Light of Truth Universal Strine) a Yogaville, a Buckingham, in Virginia.

Nei molti anni della sua vita ebbe udienze private con Papa Paolo VI e Papa Giovanni Paolo II nell’ottica di una comunione interreligiosa, condivise messaggi di pace con il Dalai Lama, il primo ministro Indira Gandhi, Madre Teresa, alcuni segretari generali dell’Onu, i presidenti americani Carter, Bush, Clinton. Ricevette il premio Martin Buber Award for Outstanding Service to Humanity, il Juliet Hollister interfaith Award, il B’nai Brith Anti-Defamation League’s Humanitarian Award, l’Albert Scweitzer Humanitarian Award, infine il prestigioso U Thant Peace Award.

Swami Satchidananda morì il 19 agosto 2002, per un aneurisma toracico, nella nativa Tamil Nadu.

Integral Yoga:
Swami Satchidananda caratterizzò lo Yoga Integrale come una combinazione di specifici metodi per sviluppare ogni aspetto dell’individuo, fisico, intellettuale e spirituale, per poterne garantire uno sviluppo completo e armonico. Questa concezione fu coniata dall’insegnamento di Sri Aurobindo, specialmente da “the synthesis of Yoga”, in cui si tentava di armonizzare i percorsi del karma, dello jnana, del bhakti yoga (come descritto nello Bhagavad Gita), dei Vedanta e dei Tantra. In entrambi i maestri l’intento comune è di realizzare l’unità spirituale, al di là delle differenze, attraverso la creazione di una vita armoniosa come membri di una unica famiglia universale, mantenendo la nostra condizione naturale.

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