Da dove si inizia?

Si inizia da quello che si vuole dalla vita; di come si comprende l’esperienza della vita. Ovviamente la comprensione della vita nasce dall’ esperienza propria e da tale esperienza la comprensione di cosa si cerca di trattenere e cosa si cerca di respingere. La saggezza e l’esperienza insegna che la vita non da sempre scelte in tale senso ed avere tranquillità interiore, dalla quale nasce l’amore per la vita e la possibilità di poterla svolgere pienamente: è il regalo più grande.

Tale tranquillità riporta ad una profonda reintegrazione con la vita pratica, con il proprio lavoro, ad una comprensione che le azioni svolte negli ambiti della vita, apparentemente separate tra di loro, in realtà nascono e sono nutrite dalla stessa fonte interiore. Tale vissuto fa cadere la pura reattività verso gli stimoli esterni. Decade la ricerca di una continua evasione dalla vita, il vivere in una specie di apnea fino allo svago, il sentirsi perennemente insoddisfatto.

Perciò molte persone cercano la tranquillità interiore senza però comprendere bene come possa realizzarsi e spesso spaventandosi davanti ad un senso di vuoto che li getta in un disagio profondo ed in un senso di disorientamento.

La scoperta

La bellezza straordinaria dello yoga come percorso è dovuto alla sua semplicità ed onestà interiore dalla quale nasce il silenzio, che non solo illumina la profonda integrazione con la vita pratica, ma libera la potenzialità creativa e la visione d’insieme. L’attenzione ad ogni attimo vissuto invece della dispersione in continue proiezioni immaginarie.

Dato che la pratica dello yoga viene spesso divulgata per immagini che distolgono dalla sua vera e precisa natura, forse è utile formulare delle domande per capire cos’è e cosa non è lo yoga:

– La pratica si svolge come quelle immagini di persone (tutte con tratti regolari e sani) che si mettono in posizioni estremamente insolite per alcuni momenti?
– Può essere realmente che, costringendo il corpo in varie posizioni per un tempo determinato, succeda qualcosa?
-Costringendomi a stare nell’immobilità, raggiungerò un’immobilità interiore? Perciò fare queste posizioni produce un bene intrinseco?
– Le posizioni singole hanno un bene intrinseco legato ad ognuno?
– Tutto questo sprigionerà un benessere esteriore ed interiore?
-Se fisso la mia attenzione su un oggetto solo e lo faccio tutti i giorni troverò un senso di centralità, di concentrazione, di direzione?
-Troverò me stesso\a?
-Mi sentirò meglio?

Ovviamente la risposta è no a tutte queste domande o almeno ci sarà una risposta all’allenamento intrapreso, perciò se mi dedico all’attività fisica diventerò più flessibile e più cosciente del corpo; se mi alleno a visualizzare immagini ne sarò sempre più capace e via dicendo; cioè una risposta pratica come qualsiasi altro allenamento pratico. Se dipingo un muro tutti i giorni, diventerò sempre più bravo a farlo. Più studio, più ne sono capace e via dicendo. Molte persone si dedicano sinceramente a vari tipi di allenamenti per sentirsi più abili ed efficaci e spesso riescono molto bene; come tutti sanno dipende dall’entusiasmo e dalla dedizione con la quale si nutre l’azione. Ma tutto questo non ha nulla a che vedere con la ricerca del silenzio interiore.

Non si parte da un’idea di squilibrio.

La maggior parte delle persone ha un innato equilibrio interiore perfettamente capace di discernimento e di prendere le proprie decisioni e responsabilità e godersi la vita. Una bella passeggiata all’aria aperta nella quiete, senza fretta e senza una meta particolare lungomare o nel verde o la dedizione ad un’attività che piace ed assorbe riporta ad una sensazione di morbidezza interiore, di capacità di affrontare le variegate situazioni pratiche e relazionali.

Il silenzio che nasce dal sentirsi tutt’uno con un bel tramonto o essere completamente assorbiti rimane un’esperienza che rinfresca e che riequilibra senza però la chiarezza di un percorso interiore, la chiarezza di un inizio di silenzio interiore. Rimane isolata come esperienza, come se fosse il tramonto o l’occupazione a donare il senso di quiete, non il decadimento di movimento psicologico.

La pratica o ‘sadhana’ di comprensione di questo fenomeno si suddivide realmente in due parti che col tempo si riuniranno:
a- la pratica sul tappetino;
b- la vita di tutti giorni.

Il tappetino – la psiche ha l’esperienza del proprio strumento

Nulla deve essere indotto cioè nulla deve essere immaginato sul tappetino ma solo direzionato verso l’interno; anziché alimentare il movimento psicologico, lo si porta ad avere l’esperienza profonda e reale, non suggerita, dal proprio strumento: il corpo. La modalità con la quale questo avviene inizialmente è lo studio della modalità con la quale si nutrono tutte le proprie azioni nella vita. Nel tempo, questa modalità diventerà una pratica di sincera ricerca priva di motivazioni egoiche, perciò come ci si sente un tutt’uno con un tramonto così le informazioni arriveranno semplicemente attraverso i sensi, che si direzionano verso il samadhi o realizzazione ultima della propria natura cosciente. Dopo una pratica di āsana andata a buon fine, l’attrazione verso l’esteriore semplicemente non c’è più, ma è nata l’attrazione verso l’interiore, lo stare in sé assoluto, l’essenza della propria esistenza; senza movimento fisico o psicologico che crea gioia e dolore, il ritorno nella propria essenza profondamente amorevole.

Purtroppo spesso, anzi spessissimo, gli āsana o posizioni vengono estrapolate ed insegnate come una ginnastica e come se le posizioni in sé debbano regalare qualche particolare beneficio senza alcuna comprensione del ruolo degli āsana come inizio della sospensione involontaria del movimento psicologico. In pratica vengono abitualmente insegnate con finalità egoiche e con un mondo immaginario sugli effetti sottili. Gli effetti ‘sottili’ della pratica non sono assolutamente evidenti a chi inizia e l’immaginazione non va nutrita in questo senso. La differenza che c’è nel tenere una posizione e nell’entrare in āsana è notevole; entrare in āsana, è l’inizio dell’assorbimento psicologico, l’inizio della nascita di una visione d’insieme normalmente impedita dal movimento psichico autarchico, una scoperta meravigliosa, l’inizio del reale e profondamente gioioso silenzio e conoscenza della reale struttura della vita interiore. Per intraprendere āsana bisogno comprendere la relazione tra il corpo, il respiro ed il movimento psicologico.

La vita pratica e partecipativa – portare le azioni nella coscienza

Per realizzare il samadhi, o la propria natura esistenziale, la pratica e la vita si nutrono a vicenda. Ovviamente nella vita si è chiamati non solo a partecipare, ma anche a rispondere in continuazione, insomma si è chiamati all’azione, ed ognuno deve trovare le proprie risposte, l’azione ‘giusta’ da fare. Quando si è carichi di reattività perché sopraffatti da emozioni, queste risposte creano un vortice di effetti nel quale l’individuo rimane intrappolato, sentendosi di ripetere sempre gli stessi errori, di non essere ne adeguato, ne capace di cogliere la direzione della propria vita.

Quando invece l’azione nasce da una vita interiore (serena e armoniosa), con un senso di direzione proprio, capace di sviluppare una visione d’insieme priva di egoismo, l’azione non porta a tali effetti. Nasce la comprensione dell’esperienza della vita come un’occasione, una meraviglia. Il campo cosciente è amorevole per la sua propria natura, nulla respinge e tutto accoglie in quanto si è semplicemente coscienti di tutto, piacere e dolore, e tutto nasce e si dissolve nel sé. Si comprende che l’immenso mare di sfumature di emozioni umane sono reazioni ad una visione strettamente egoica cioè non illuminata dalla saggezza, il profondo buon senso comune dei yama e niyama, la dolcezza del proprio intento nell’azione.

La pratica di studio sul tappetino e nella vita quotidiana porta le proprie azioni permanentemente nel campo cosciente ‘ qui ed ora ’, sprigionando la propria potenzialità creativa, non più offuscata da dibatti interiori debilitanti e cambio continuo di direzione ed impegno.

Sarebbe impossibile ottenere la dolce meraviglia del silenzio interiore senza che le proprie azioni quotidiane non venissero nutrite da una tale e continua attenzione.

“Lo yoga esiste da oltre quattromila anni, ma forse è nuovo per voi. Lo yoga conferisce il dominio sui sensi e vi libera dalla loro schiavitù. Lo yoga non consiste solamente a tenersi in equilibrio sulla testa, come molta gente crede, ma vi insegna ad affrontare la vita con i piedi ben piantati in terra.
Senza essere una religione, lo yoga tutte le contiene. Lo yoga dona ai giovani la saggezza dell’esperienza e agli anziani il segreto della giovinezza.
Lo yoga vi farà conoscere qualcuno che prima sicuramente ignoravate: il vostro proprio sé.’”

Swami Satchidananda

Azione e Sofferenza

Qual è la motivazione più profonda dell’essere umano? E’ trovare il modo di eliminare la sofferenza. Questo è l’obiettivo fondamentale, ma non tanto per non dover soffrire, ma per capire la vita che è in noi. Nello yoga il termine che indica la sofferenza è kleśa e lo yoga ha tutta una teoria sui kleśa, e quindi la pratica del Sādhana Pāda di Patanjali è proiettata sul come fare per ridurre la sofferenza.
Quando noi parliamo di yoga dobbiamo considerarlo nella sua totalità. Se voi fate Hatha-yoga no vuol dire che fate ginnastica e curate la colonna vertebrale: quando in qualsiasi pratica c’è la parola yoga, questa parola dà un’espansione alla pratica che va oltre la sua finalità più immediata. Non ci dobbiamo limitare solo a finalizzare lo yoga a obiettivi materiali. Se noi vogliamo migliorare la nostra situazione fisica, noi diamo un obiettivo materiale, che dia un benessere fisico, e chi di noi vuole questo?

Tutti lo vogliono. Ma quando c’è la parola ‘yoga’, questo significa capire la vita e la sofferenza, che è l’obiettivo principale dello yoga.
Perché l’essere umano soffre? Patanjali ha perfino classificato questa sofferenza in 5 punti che sono: avidyā (l’ignoranza), asmitā (l’ego), rāga e dveṣa (il piacere e la tristezza) e abhiniveśa (la paura della morte). L’esperienza umana e la sofferenza dell’uomo sono racchiuse in questi punti, e tutto il Sādhana Pāda è proiettato a comprendere il modo per ridurre questa sofferenza. Questi cinque elementi giocano nell’interiorità dell’essere umano, ed operano affinché venga nutrita questa sofferenza.

La paura della morte è una cosa molta strana, in alcuni abhiniveśa è latente, non si manifesta a livello di consapevolezza, ad esempio nei bambini, poi si manifesta in età adulta in modo evidente, e quando si è anziani diventa realmente un’ossessione. Questo movimento di crescita di questo elemento della sofferenza ha una progressione nel tempo che porta a vivere con grande, consapevolezza. Nei giovani questa paura è latente, ma in età adulta si comincia da avere il dubbio che forse la morte possa riguardare anche noi, ma poi questo pensiero diventa ossessivo, si manifesta la vera paura.
Gli yogin hanno analizzato queste sensazioni, le hanno vissute e hanno cercato di trovare delle soluzioni per ridurre i cinque elementi costitutivi della sofferenza. Perché questi elementi esistono grazie alle azioni del nostro passato che, vissuto in un certo modo, ha alimentato queste sofferenze. Quindi Patanjali dice che bisogna trovare un modo di svolgere le nostre azioni per far si che la sofferenza venga ridotta.

Le azioni, il cui termine sanscrito è kriyā o karman, non dovrebbero avere strascichi che creano sofferenza, non si può operare un’azione diretta, non ci si può autoconvincere di non avere paura della morte, di non essere egocentrici, di non volere godere o soffrire volontariamente, non si può operare un’azione indiretta, creare le condizioni affinché diventiamo esperti a produrre un’azione, qualsiasi essa sia, che non crei sofferenza.

Vi parlo di questo perché lo Hatha-yoga consiste in azioni rivolte al corpo: tutto ha una sua direzione, tutto deve convergere, non possiamo pensare di fare lo Hatha-yoga o il Karma-yoga o il Tantra-yoga per raggiungere obiettivi diversi, l’obiettivo è uno solo qualunque yoga si faccia, perché lo yoga lega ogni individuo a operare un’azione che gli permette di creare la base per liberarsi dai focolai della sofferenza. Il segreto sta nell’azione e non nell’individuare la mia sofferenza e cercare con il ragionamento di eliminarla, ma l’azione deve essere rivolta a ciò che io faccio; non solo nello yoga ma nella vita, l’azione diventa lo strumento ideale per far si che possa agire per ridurre i vari focolai della mia sofferenza. Per questo è importante la motivazione e Patanjali ci dice che qualunque azione, per non creare sofferenza, dovrebbe essere nutrita da tre elementi che sono tapas, svādhyāya e Iśvara-praṇidhāna.

Tapas è l’azione materiale, ciò che io faccio operando materialmente, ciò che il mio corpo fa perché l’azione si compia: tapas, vuol dire calore, fuoco è ciò che crea calore nel mio corpo, ma è diverso da ciò che avviene quando si fa ginnastica, dove la gente fa dei movimenti fisici ma la mente fa qualcosa di diverso, senza rendersene conto.

Svādhyāya è lo studio dell’azione. Devo capire come va fatta l’azione nel migliore dei modi, per esempio āsana dovrebbe avere l’obiettivo l’inizio della sospensione involontaria del movimento mentale. Devo fare tutte le considerazioni che ho fatto prima, l’azione è studiata in un modo chiaro e nitido, la mia mente deve essere operativa e consapevole per far si che l’azione vada in una direzione. Poi c’è Iśvara-praṇidhāna che è l’abbandono. Iśvara è Dio, è l’essenza divina che c’è in ogni cosa, in ogni essere umana, e in ogni elemento costitutivo della natura. Questa essenza divina è ovunque, penetra ovunque, praṇ idhāna significa che penetra qualunque cellula della materia. Bisogna essere consapevoli che l’energia divina che è in noi e in qualsiasi elemento che è in noi. Noi non possiamo avere un’immagine di Iśvara e pregarlo perché non è un Dio visibile e non si può avere dialogo con lui, non ci si può aggrappare a nessuna immagine mentale, Iśvara è ovunque, quindi dobbiamo abbandonarci a Iśvara, essere consapevoli di questo, e vedere l’essenza divina ovunque.

Non dobbiamo solo abbandonarci ma essere permeabili all’essenza divina, dare lo spazio, un’apertura all’elemento incognito, perché Iśvara è un’incognita, per cui dobbiamo prendere in considerazione la sua capacità di essere ovunque in qualsiasi momento e in ogni elemento della natura. Nel momento in cui questo succede noi sentiamo la potenza, la forza, la vitalità di questa energia divina, che non è rappresentata da qualcosa al di fuori di noi ma è anche dentro di noi, e quando noi operiamo nello Hatha-yoga con il nostro corpo, se noi consideriamo il corpo come un animale da domare non consideriamo Iśvara, perché consideriamo il corpo come un qualcosa di diverso da noi. Ma il copro sono io, permeato da Iśvara e nell’operazione che svolgo opero un’azione nel rispetto dell’energia divina che è in me.

Qualsiasi azione, per non creare sofferenza o produrre conseguenze dolorose, deve avere questi tre elementi contemporaneamente, perché se l’azione forse solo abbandono a Iśvara diventeremmo fatalisti, saremmo nutriti solo dall’energia dell’abbandono; invece tapas opera in simbiosi insieme a svādhyāya, tuttavia anche Iśvara-praṇidhāna deve essere presente.

La difficoltà consiste nel trovare l’azione giusta nutrita da queste tre energie. Quindi nello Hatha-yoga, e in particolare in āsana, dobbiamo avere la profonda sensazione che in realtà noi abbiamo strumenti efficienti per agire, abbiamo la capacità di agire.

Se sento questo avrò più rispetto per il mio corpo, non lo piegherò alla mia volontà, perché se questo succede avremo dei problemi fisici, ma se lo rispettiamo perché abbiamo la sensazione che siamo nutriti da questa energia e che qualunque cosa è nutrita dall’energia divina, non siamo solo noi promotori dell’azione, ma insieme a noi c’è qualcosa di più grande che opera, e quindi occorre sviluppare la fiducia, che è una cosa molto più importante della fede: fede e fiducia sono due elementi focali estremamente importanti, ma la fiducia lo è ancora di più perché la fiducia è ciò che c’è all’origine della fede, la fede è l’espressione di una fiducia. L’esperienza della vita ci dice Patanjali, è rappresentata dall’abilità che uno ha nel diventare esperto nel vivere, perché l’azione è in qualsiasi istante della nostra vita, non solo quando facciamo yoga, ma sempre. La vita dello yogin è la vita di colui che impara a trasformare ed a dirigere le proprie azioni nel modo giusto in modo che possano essere nutrite.

Quando questo accade, dice Patanjali, allora le sofferenze si riducono, non si creano più gli elementi che alimentano la sofferenza, la sofferenza è derivata dal fatto che l’uomo non sa svolgere le azioni nel modo giusto e allora queste azioni creano sofferenze che si vanno ad accumulare in un serbatoio che si chiama karma-shaya, il serbatoio del karman.

Noi con le nostre azioni creiamo la produzione del karman: la teoria del karman, dei kleśa è rappresentata alla perfezione nel II libro del testo di Patanjali che è l Sādhana Pāda. Questi sono contenuti importanti per chi fa yoga: bisogna averne consapevolezza, mantenerli in vita, perché sono elementi focali.

Noi non possiamo dire di operare se non li teniamo presenti: magari ci riusciremo con difficoltà, ci renderemo conto a volte di esserci fatti prendere dall’azione e quindi avremo perso la consapevolezza degli altri elementi.

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