Il ‘pensiero’ positivo è fondamentale nello yoga.

L’uomo si ritiene ‘elevato’ in confronto alla condizione puramente animale, proprio per il suo stato ‘cosciente’ dal quale nasce la capacità intellettuale di discernere le proprie azioni, comprendendo la propria sofferenza e quella altrui.

Lo yoga è una profonda ricerca interiore della ‘coscienza’ allo stato puro, della beatitudine e dell’amore. Perciò il corpo e la psiche vengono ‘purificati’ attraverso gli asana o posizioni ed il pranayama, fino ad ottenere il silenzio del corpo, del respiro e della mente e rimanere nello stato esistenziale di pura coscienza.

Il movimento dello psiche che si esprime attraverso il corpo, sostenuto anche nel suo movimento, e il respiro viene calmato e direzionato verso il positivo. Per positivo si intende quello che non crea accumulo, per esempio, un amore sincero e incondizionato non crea accumulo, inizia e finisce in se stesso, è e basta. Un amore condizionato dal quale nasce attaccamento, desiderio di possesso ecc è negativo perché produce accumulo condizionante e non ci sarà fine alle azioni condizionate che nasceranno da questi ‘accumuli’ che non permetteranno di vivere nel ‘ qui ed ora ’ e strangoleranno la propria potenzialità creativa.

La direzione dello yoga è data ed illuminata dagli yama e niyama. Quindi per chi inizia lo yoga notare le proprie azioni e il proprio movimento psichico è limitato soltanto alla pratica, ma nel tempo si accorgerà che queste osservazioni interiori fanno strada all’interno di sé fino a trasformare profondamente e permanentemente il movimento psichico al ‘positivo’.

Dalle azioni di asana e pranayama, illuminati dagli yama e niyama, nasce uno stato di profonda concentrazione permanente nel ‘ qui ed ora ’, la mente smette la sua corsa avanti e indietro nel tempo condizionando continuamente il vissuto. Nasce il pragmatismo e le azioni compiute e necessarie per partecipare alla vita e rispondere alla vita stessa non ruotano più attorno ad un’ immagine di sé stessi, ma si apre una visione estesa, ampia e non egoica.

Qui di seguito è l’articolo scritto dal grande ed amatissimo insegnante Antonio Nuzzo pubblicato recentemente, che tratta l’insegnamento della pratica dello yoga. Quanto segue è la versione integrale in originale.

‘Lo stress, l’agitazione, il nervosismo, l’ansietà, l’insonnia sono il risultato della goffa abitudine di voler nascondere le nostre debolezze ostentando l’esatto opposto. È necessario scoprire un delicato senso di abbandono alla vita, essere consapevoli dell’incertezza e permettere alla ricerca yoga di visitare quella parte del cuore dove si nasconde l’amore, la tenerezza, l’umiltà, la vulnerabilità, la fiducia, il silenzio. Coltivare con dedizione quella capacità che permette ad ogni praticante di vivere l’istante con una consapevolezza che non può essere turbato da preconcetti sul passato o dalle proiezioni sul futuro che il pensiero porta con sé. L’insegnamento e la pratica dello yoga sono un’arte raffinatissima che richiede la conoscenza e lo studio accurato di alcuni testi tradizionali.

Il termine teoria adottato per definire il tema dei Kleśa non dovrebbe trarre in inganno e far pensare che tratteremo un aspetto solo teorico o quantomeno poco inerente alla pratica quotidiana.
Siamo abituati a separare gli ambiti: a praticare le famosissime posizioni, āsana, e le respirazioni energetiche, prānayāma, senza mai occuparci di quella che potremmo definire “educazione al pensare”, utile proprio durante l’azione e non in separata sede come mera conoscenza teorica.

Questo concetto è esposto in forma chiara e sintetica nel testo “yoga-sūtrā” di cui Patanjali (secondo alcuni studiosi, attivo nel II secolo a.C. e secondo altri, nel IV o nel V secolo d. C.) è ritenuto l’autore, fondatore e codificatore del Raja-yoga che rappresenta il riferimento più autorevole per tutte le altre vie o sentieri dello yoga.
Considerando il carattere estremamente ermetico del testo, consultarlo e analizzarlo solo da un punto di vista filosofico e\o teoretico potrebbe portare ad una incomprensione; al contrario, se la lettura del testo è sostenuta da una pratica di yoga sincera e intensa, si scopre, considerando la grande abilità pedagogica e didattica dell’autore, l’armonia e l’essenzialità dei dettami indicati.
Essa diventa uno strumento oltremodo indispensabile per comprendere la priorità, l’orientamento da imprimere al proprio pensiero, che a volte è anche autarchico, competitivo, violento, comparativo e tende a esprimere valutazioni e giudizi anche durante la pratica di hatha-yoga e di qualsiasi altra mārga (sentiero dello yoga): bhakti-yoga, karma-yoga, jnāna-yoga, laya-yoga.

Ogni azione, scrive Patanjali, è affetta da cinque “matrici” produttrici di fenomeni “psico-coscienziali” chiamate kleśa, che alimentano le vrtti.
Come le acque agitate e tormentose di un torrente, cariche di vortici e interrotte da grossi massi che ne accentuano il decorso turbolento, così le vrtti affliggono la coscienza, in particolare quando questa è assoggettata a forti emozioni, sensazioni e paure.

L’obiettivo dello yoga è di offrire un metodo che permetta al praticante di riuscire a mantenere l’orientamento, la propria stabilità e la propria direzione anche quando è investito da tempeste interiori.
Il metodo che viene adottato non è repressivo e tanto meno diversivo; si basa sulla necessità di acquisire una conoscenza metafisica per preparare il terreno interiore, utilizzando alcune tecniche ascetiche abbinate al metodo della contemplazione.

Questo porterebbe all’evoluzione della coscienza abituale in una coscienza qualitativamente diversa in grado di sperimentare la verità metafisica. Si impara quindi a conoscere tutti gli stati che turbano la coscienza dell’uomo, che sono illimitati, ma possono essere ricondotti a tre categorie principali: 1- errori e allucinazioni, 2- la totalità delle esperienze psicologiche, 3- le esperienze parapsicologiche. La ricerca di una coscienza superiore permette di cambiare le priorità e i valori che sono all’origine degli attaccamenti, dei processi emotivi e anche sensoriali. Da bambini avevamo effettivamente interessi diversi da quelli sviluppati in età adolescenziale o in età matura, e di conseguenza le motivazioni di allora alimentavano emozioni, sensazioni, ansie e agitazioni che oggi possono solo suscitare un simpatico ricordo.

E’ proprio questo l’insegnamento che si vuole tramandare a chi ha intenzione di percorrere la via che lo porterà al di là della mente stessa e permettere un’efficace preparazione al conseguente accesso alla dimensione meditativa.
Nessuna via dello yoga è esente da questa modalità neppure quella tanto usata da noi occidentali: lo Hatha-Yoga.
Nel secondo verso di uno dei più antichi testi di riferimento dello Hatha-Yoga, Hatha-yoga-pradīpikā, letteralmente “la piccola lampada dello hatha-yoga”, Svatmarama, afferma di voler esporre la scienza dello hatha unicamente e con il solo scopo di permettere l’accesso al Raja-yoga (Yoga regale di Patanjali).
Con il termine “unicamente” l’autore esclude perentoriamente qualsiasi altro scopo alle tecniche di hatha-yoga che si appresta a descrivere.

Se è condiviso questo progetto, non è sufficiente abbracciare una delle varie mārga o sentieri dello yoga, ma andrebbe adottata la priorità richiesta dal maestro al discepolo, dallo yoga al seguace.
Viene quindi esclusa dalla pratica qualsiasi modalità di agire e di praticare “meccanicamente o automaticamente” senza la partecipazione di una presenza permanente che orienta, indirizza il corpo e la mente verso la meta prefissata e l’accortezza di indirizzare e di coltivare il proprio interesse verso la priorità prescelta.

Praticare yoga significa quindi essere partecipativo, consapevole non solo ai processi fisici, e con questo si intende l’azione sul corpo e sul respiro, ma anche ai contenuti della mente spontanea. Questi contenuti sono tanti: l’immaginazione, la fantasia, le proiezioni mentali derivanti da dinamiche psicologiche interiori, l’abitudine al confronto, al giudizio e alla valutazione, l’interpretazione, il dubbio, la prevaricazione, la violenza. Riuscire progressivamente ad attribuire ad essi meno importanza e valore e ridurne così nel tempo la crescita e la “virulenza”. Il libero movimento della mente porta con sé contenuti destabilizzanti che creano non solo ulteriori processi mentali, ma anche emozioni, attività bio-chimiche spontanee, stimoli del sistema nervoso dal quale possono derivare anche contratture muscolari e vari altri disagi fisici.
L’elemento focale più importante è capire che la pratica di hatha-yoga è solo un’eccellente occasione per imparare con tanta pazienza ad osservare, con una coscienza elevata, e comprendere lentamente col tempo, nel rigoroso silenzio della mente, quale testimone, la totalità del processo della vita.

All’inizio del secondo capitolo, dedicato alla sādhanā (pratica), il testo di Patanjali rivela, che all’origine delle vrtti, i vortici della mente, ci sono delle matrici che ne condizionano l’orientamento. Queste matrici si chiamano kleśa, sono le cinque matrici che inducono sofferenza e condizionano le azioni, le scelte di vita e l’orientamento degli stessi processi mentali.

1- Avidyā è la prima delle cinque;
è una parola sanscrita composta, che significa condizione interiore di non conoscenza, comunemente tradotta con la parola “ignoranza”.
A questo termine non va attribuito il significato che oggi riveste nel linguaggio comune, quello di mancanza d’istruzione, di cultura, o ancora, di mancata acquisizione di una perfetta conoscenza delle supreme e più alte verità filosofiche e religiose.
In questo contesto, il termine “ignoranza” indica la diffusa abitudine di non saper collocare gli aspetti prioritari, dal punto di vista della ricerca yoga, rispetto alle priorità derivanti da una visione comune che tende a soddisfare prevalentemente l’ego.
Tanto è vero che in sanscrito esiste il termine “bhoga”, utilizzato dallo stesso Patanjali, che designa esattamente l’azione che ha come priorità quella di soddisfare soltanto il proprio ego, il proprio piacere concreto, materiale, affettivo e psichico.

Con questa affermazione non si vuole indicare che il praticante non dovrà effettuare più nessuna azione che porti al piacere o al proprio vantaggio, ma che dovrà imparare ad attribuire il giusto valore a questo genere di piacere, coltivando parallelamente la priorità assoluta di colui che si sente un vero seguace dello yoga.
Applicare questo principio nello hatha-yoga, significa in pratica imparare a individuare, con l’aiuto del proprio istruttore, tutor o maestro, nel procedere della ricerca, tutte le motivazioni che emergeranno in funzione delle varie pratiche sostenute, il vantaggio personale, che sia esso fisico, salutistico o di altro genere. Controllare il livello di interesse che parallelamente si coltiva in funzione della elevata finalità, in modo tale da ridurre il peso di avidyā.
Avidyā è rappresentata da Patanjali come un campo dove nascono piante spontanee. In questo campo vivono gli altri quattro kleśa che rispondono ai nomi di: asmitā, rāga, dveşa, abhinivesha.
Essi si espandono, talvolta, al punto tale da sviluppare ossessioni, paure, timori, incertezze, ansie, da un lato, e effimere gioie, piaceri, soddisfazioni e gratificazioni, dall’altro.

Si può imparare a coltivare in maniera equilibrata e a contenere la loro espansione e la loro crescita. La scelta del modo in cui coltivarle solitamente non è consapevole, ma in chi pratica correttamente lo yoga lo diventa. A titolo informativo, voglio avvertire coloro che intendono insegnare lo yoga o praticarlo con sincera dedizione che la pratica che non tiene conto di queste considerazioni incrementa e accelera la proliferazione sia delle vrtti sia dei kleśa e, non solo, alimenta la caparbia convinzione e l’ostinazione di trovarsi nel vero e in linea con la tradizione.

2- Asmitā è uno dei figli di avidyā, il primogenito, è quella matrice che nasce dalla profonda confusione, dal guardare, con la mente condizionata da avidyā, all’io cosciente come a un’identità soprannaturale. Questa credenza porta alla sopravalutazione di se stessi, all’egocentrismo, all’egoismo, condizione che preclude una visione equilibrata, serena e chiara. Il percorso dello yoga che, ricordo, si basa sullo sviluppo della consapevolezza e della chiara visione, viene notevolmente inficiato e spesso si entra in un tunnel scuro senza sbocco.

3 – 4 Rāga e dveşa sono le matrici che fanno emergere le vrtti che affondano le loro profonde e ramificate radici nelle aree più nascoste dell’inconscio, da dove emerge quel desiderio pressante di voler raggiungere a tutti i costi il piacere, la gioia il divertimento, il benessere, la passione, l’amore e nel contempo di evitare con repulsione, disgusto, ripugnanza tutto ciò che porta dolore, sofferenza, malattia. Ricercare e preferire solo alcuni aspetti della vita e cercare di allontanare illusoriamente gli aspetti che giudichiamo dolorosi e negativi, di cui abbiamo paura e terrore.

5- Abhinivesha, l’ultimo dei cinque kleśa, significa letteralmente “gusto che si ha di se stessi”. Potremmo definirlo anche “istinto di conservazione” oppure ancora “testardo attaccamento alla vita” come forza radicata in ogni essere vivente. Abitualmente alla parola abhinivesha si attribuisce il significato più comune: paura della morte.
Da qui potete capire quanto sia inopportuno praticare lo yoga con meccanicità e con false finalità oppure applicare tecniche, anche le più raffinate, con dovizia di particolari tratti dalla fisiologia articolare e dall’anatomia, con informazioni accurate sui benefici e vantaggi, per poterli coltivare nel tempo, come se si volesse, direbbero gli Yogi, sostenere e nutrire i kleśa e le vrtti.

Questa potrebbe essere l’ennesima errata strategia messa a punto per distrarre, illudere o velare a noi stessi la paura ed esibire invece l’esatto opposto: il senso di onnipotenza, di forza, di vitalità, di immortalità. Forse tutto ciò rende l’uomo capace di inibire la paura e di vivere eludendola, come se non l’avesse ma, al tempo stesso, lo rende più debole e impreparato, non più nei confronti della paura, ma sicuramente di fronte alla tangibile esperienza della vita.
Lo stress, l’agitazione, il nervosismo, l’ansietà, l’insonnia sono il risultato di questa goffa abitudine di voler nascondere le nostre debolezze racchiuse in queste matrici ostentando l’esatto opposto. E lo yoga per noi occidentali è stato confezionato in linea con le nostre tendenze e abitudini e tutto ciò fa crescere il senso di falsità e di illusorietà.
E’ necessario scoprire un delicato senso di abbandono alla vita, essere consapevoli dell’incertezza e permettere alla ricerca yoga di visitare quella parte del cuore dove si nasconde l’amore, la tenerezza, l’umiltà, la vulnerabilità, la fiducia, il silenzio.

Coltivare con dedizione quella capacità che permette ad ogni praticante di vivere l’istante con una consapevolezza che non può essere turbata dai preconcetti sul passato o dalle proiezioni sul futuro che il pensiero porta con sé.
L’insegnamento e la pratica dello yoga sono veramente un’arte raffinatissima che richiede la conoscenza e lo studio accurato di alcuni testi tradizionali che non debbono essere considerati mere conoscenze intellettuali da sfoggiare nei salotti, dove si fa bella figura a esibire nozioni, conoscenze, dottrine e studi, ma devono servire a individuare la modalità giusta per incidere in modo profondo sulla propria e personale pratica quotidiana di yoga e più specificatamente di hatha-yoga.
L’introduzione della pratica di yoga in Occidente, e in particolare in Italia, è ancora troppo recente e la comunità di yoga non può ancora abbracciare l’immensa dottrina tramandataci dagli antichi Maestri: è come un bambino di pochi mesi che si appresta a camminare.

Inevitabilmente, i suoi primi passi saranno incerti, ma la cosa interessante da osservare è che i primi passi sono sempre affrettati poiché non si è ancora acquisito equilibrio e stabilità. Così, noi occidentali ci affrettiamo ad apprendere le tecniche fisiche, cercando di esibire movimenti perfetti, come se si trattasse di danza o di ginnastica, per essere giudicati bravi dagli altri, senza aver appreso e applicato l’insegnamento in tutta la sua profondità.

Lo yoga innesca un processo di purificazione che non si limita alla mera pulizia interna ed esterna del corpo attraverso le pratiche fisiche, ma queste assumono il valore di un gesto, di un messaggio simbolico che incita l’individuo a procedere verso una purificazione ben più vasta, verso uno stato di consapevolezza non reattiva, per raggiungere una vera apertura e un fiducioso e totale abbandono alla vita.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *